Recensione a cura di: Giusy Capone (Docente di lingua e cultura greca e lingua e cultura latina, e blogger)
Ci sono libri che si leggono con la mente e altri che si vivono con la pelle: Altrove appartiene alla seconda categoria. La raccolta di racconti brevi firmata da Amalia Papasidero non è un esercizio di stile né un divertissement narrativo, ma un attraversamento di vite spezzate, una discesa nei recessi più oscuri dell’animo umano e, insieme, un anelito verso la luce. Già l’epigrafe tolstoiana, “Tutta la varietà, tutta la delizia, tutta la bellezza della vita è composta d’ombra e di luce”, si offre come chiave ermeneutica: ciò che incontriamo in queste pagine non è mai il dolore puro né la gioia assoluta, ma il fragile, eppure potente, equilibrio tra l’una e l’altra dimensione. Ogni racconto di questa silloge è un microcosmo che non lascia indifferenti.

L’ultima notte inaugura il volume con una narrazione che stringe la gola: la vicenda di León, bambino rapito ed imprigionato in un antro sporco e oscuro, diventa allegoria di tutte le prigionie che la vita infligge, siano esse materiali o interiori. Papasidero descrive con minuzia il degrado, i muri bucati, i topi, il tanfo, ma, accanto a questo squallore, introduce la stella cadente, la feritoia da cui intravedere il cielo, il filo sottile della speranza che resiste persino nell’orrore. Qui la scrittura si fa cruda e visionaria insieme: la sofferenza non è mai spettacolarizzata, ma incarnata in dettagli concreti che scuotono il lettore, come il piede martoriato di León o il materasso lurido impregnato di odori.
In Una dose di felicità il registro muta e ci conduce nell’abisso della dipendenza: una giovane donna si aggira tra furti, spacciatori ed allucinazioni, in un mondo notturno popolato di ombre, prostitute e drogati. La penna dell’autrice restituisce con precisione quasi cinematografica la ritualità della preparazione della dose, il cucchiaio, la siringa, il laccio, ed insieme la vertigine della memoria che irrompe: la carezza di una nonna, il trauma di una violenza. Versi che vibrano tra degrado e tenerezza, tra la miseria di un corpo consumato e la nostalgia di un’infanzia felice. In fondo, ciò che emerge è la domanda silenziosa: chi potrà ancora restituire dignità a chi è stato spezzato?
Il titolo stesso della raccolta prende corpo in Altrove, che ha il sapore della distopia e della parabola filosofica. L’“ultimo uomo”, figura che ricorda le solitudini dostoevskiane e certe atmosfere kafkiane, vaga in un mondo devastato, alla ricerca di un senso, finché non incontra l’“ultima donna”. La scena del dono della mezza mela, eco biblica e simbolo di comunione primordiale, suggella l’idea che l’altrove non è un luogo geografico, ma una possibilità esistenziale: il riconoscersi nell’altro, il riscoprire l’umano laddove tutto sembra estinto.

Di segno diverso, ma ugualmente struggente, è Una calda estate, dove Nunzia, un’ex cantante lirica ormai anziana, affronta la solitudine e la decadenza fisica. La musica della Turandot accompagna i suoi gesti quotidiani, mentre le pillole di sonnifero disposte in fila raccontano la sua decisione di abbandonarsi alla morte. Eppure, l’apparizione inattesa di tre gattini rovescia il destino: la vita che chiede cura restituisce a Nunzia la voglia di continuare. È un racconto che oscilla tra lirismo e crudezza, tra l’eco degli applausi di un tempo e il silenzio di una stanza chiusa, fino all’improvviso miracolo della tenerezza.
Tra i momenti più intensi vi è Ombre, che introduce la memoria della Shoah attraverso il personaggio di Carlo, sopravvissuto al lager. In lui il numero tatuato sul braccio non è mero ricordo, ma segno indelebile che accompagna ogni gesto quotidiano. Papasidero evita ogni retorica: le immagini sono asciutte, precise, il fumo dei forni crematori, le urla in lingue incomprensibili, l’odore della carne bruciata. Eppure, a questa memoria di morte si contrappone la vitalità dei bambini che oggi ascoltano il suo racconto: l’orrore del passato diventa ponte verso il futuro.
Chiude la raccolta Ricominciare, racconto in prima persona che affronta la violenza domestica. La voce narrante è fragile, tremante, eppure decisa a spezzare il ciclo delle botte e delle menzogne. La scena finale, una donna che esce di casa, con il piede gonfio e gli occhiali da sole a coprire i lividi, ma finalmente libera, è una delle più potenti dell’intero libro: non è un lieto fine rassicurante, bensì un inizio fragile, un atto di coraggio che apre alla possibilità di un “altrove” diverso, costruito sul rispetto di sé.
La scrittura di Amalia Papasidero colpisce per la sua limpidezza: non indulge mai nell’eccesso, ma riesce a rendere tangibili le emozioni, a scolpire atmosfere con pochi tocchi efficaci. C’è una dimensione quasi etica in queste pagine: l’autrice non vuole soltanto raccontare, ma dare voce a chi spesso resta muto, marginale, dimenticato. Ogni racconto diventa così testimonianza, monito, invito alla resilienza. Altrove è, dunque, un libro che non si limita ad intrattenere, ma che chiede al lettore di farsi compagno di viaggio, di condividere ferite e speranze, di riconoscere nell’ombra la possibilità della luce. È un’opera di dolore e di redenzione, di cadute e di resurrezioni, che lascia in chi legge una certezza sottile: che ciascuno di noi, pur nel proprio buio, può sempre intravedere un altrove verso cui camminare.

