Caro Alessandro… Manzoni

Di Amalia Papasidero

Mi fa davvero piacere pubblicare una lettera molto particolare, scritta da un giovanissima studentessa di quinto ginnasio, Chiara Aielli, rivolta ad Alessandro Manzoni, che in qualche modo ci fa riflettere sul ruolo, oggi della letteratura e del modo in cui viene presentata e insegnata all’interno delle scuole. Un testo maturo, a tratti ironico e molto interessante per comprendere come i ragazzi vivano, in questo momento storico, lo studio.

Ringrazio la sua insegnante, la prof.ssa Sabrina Robbe, per avermela segnalata.

Caro Alessandro,

a scriverti è una studentessa di un liceo che quest’anno ha dovuto affrontare la lettura del tuo celebre romanzo: “I promessi sposi”.

Il motivo di questa lettera è informarti su come tu e le tue opere siete stati recepiti e trattati dopo la tua morte.

Sai che per questo romanzo sei considerato tra i capostipiti della letteratura italiana? È strano come un uomo possa diventare così celebre senza neanche saperlo. Sei morto quando il tuo romanzo era già in circolazione, ma il tuo successo più grande è subentrato sicuramente in un periodo successivo. Insomma, forse ti avrebbe anche reso felice sapere che ogni ragazzo italiano prima di avere 18 anni legge le tue pagine almeno una volta. Devo però avvertirti: per quanto tu sia amato dai letterati e dagli studiosi, non posso dire lo stesso degli studenti. Si sa, una cosa che viene imposta non va mai a genio a nessuno e ormai lo studio della tua opera è imposto come un peso che gli insegnanti caricano sopra le spalle dei ragazzi. I pochi che riescono a sopportarlo con un sorriso sono nascosti negli angoli più bui delle classi: non riusciresti neanche a riconoscerli. A questo punto sarai un po’ agitato, ma ti dico subito che puoi tirare un sospiro di sollievo: secondo me non è colpa tua. Difatti, come si dice spesso, la materia o l’argomento che si odia è stato insegnato nel modo sbagliato.

“Manzoni rappresenta la figura dello scrittore impegnato”: questo è quanto gli studenti devono riferire all’inizio di un’interrogazione. “Impegnato” a descrivere e anche a giudicare il suo periodo storico, la corrente di pensiero e tutti gli avvenimenti accaduti sotto i tuoi occhi. Ma sei stato furbo. Certo, non si può decidere di criticare il proprio Stato nelle sue condizioni politiche e culturali senza prendere le giuste precauzioni. Innanzitutto hai ambientato la storia all’incirca 200 anni prima di te, giudicando così una situazione precedente alla tua, che però sotto sotto svelava anche le leggi comportamentali su cui l’uomo si è sempre basato e che quindi si possono ritrovare in ogni secolo: la voglia di potere, le conseguenze della guerra, la divisione tra gli Stati, sono tutte tematiche che hai affrontato nel tuo romanzo raccontandole tramite le avventure dei tuoi personaggi. La trovo un’idea geniale: riuscire a descrivere un intero stile governativo solo parlando del carattere di un personaggio o del suo modo di agire. Facendo partecipare Renzo alle rivolte nate a Milano, ci hai raccontato i fatti avvenuti in quello Stato e il vuoto di potere creatosi per la lontananza dei governatori e il loro sostanziale disinteresse. Ecco, ci hai mostrato ciò che l’uomo secondo te non sa fare, ossia amministrare un Paese con impegno e attenzione piuttosto che con indifferenza, e ci hai insegnato come al contrario l’uomo possa diventare buono se si affida all’aiuto e segue gli insegnamenti di Dio.

Dio. Strano anche lui, secondo il tuo parere: non agisce secondo criteri chiari e comprensibili: tutto può avvenire senza una ragione; devi solo avere fede, devi credere in quella figura che ideologicamente si trova nei cieli e che conduce tutta la vita di noi che abbiamo i piedi a terra. Per gli uomini di oggi sarebbe quasi ridicolo. Eri un seguace del Giansenismo e perciò un uomo con una fede molto solida, come del resto era caratteristica del tuo periodo. Beh uomini e donne di oggi sono un po’ scettici. Non so, forse siamo circondati da troppa scienza: non riusciamo più a credere a qualcosa che non sia praticamente provato. Perciò credo che risulterebbe difficile trovare una Lucia ora: una donna così umile, piccola e dolce che, come afferma lei stessa nell’ultimo capitolo, non è mai andata in cerca del pericolo come lo sposo, ma comunque ha sempre accettato quello che il Cielo voleva per lei. Nel mondo di oggi troveresti donne forti e ragionevoli che non si farebbero mai mettere i piedi in testa da un semplice signorotto: sai, negli anni passati hanno lottato tanto per l’uguaglianza, e questo è sicuramente un punto a loro favore. Non che non esistano più donne e uomini religiosi, ma credo che il loro numero sia diminuito rispetto al tuo tempo. Certo non ancora viaggiamo su macchine volanti, ma l’umanità ormai è arrivata ad un livello di progresso scientifico che ai tuoi tempi sarebbero sembrate storielle per bambini, favole che non si sarebbero mai realizzate. Ti posso dire che Renzo non avrebbe sentito tanto la mancanza di Lucia considerando che avrebbero avuto, invece che delle lettere, uno strumento per parlarle ogni giorno come se stessero nella stesa casa: il telefono. Qualche passo avanti l’abbiamo sicuramente fatto e diciamo che ci siamo un po’ lasciati dietro le spalle la maggior parte degli ideali che vigevano nel tuo periodo.

Ma tornando a noi, vuoi sapere qual è stato uno stratagemma che hai inventato e che però non è riuscito? Mi dispiace avvertirti, mio caro Alessandro, che nessuno ha creduto alla storia del manoscritto trovato. Sei stato veramente bravo a mantenere il tuo piccolo segreto per la durata dell’intero racconto, ma ti abbiamo scoperto comunque. Perché l’hai fatto, non lo spieghi chiaramente, come è ovvio… ma alla fine del romanzo ci avverti che, se la storia non piacesse, la colpa non sarebbe di certo tua, perché sei solo uno che ha trovato un manoscritto; ma nel caso contrario, ossia qualora il romanzo piacesse, il merito sarebbe sia del suo fantomatico autore sia di te, semplice trascrittore. Tu ti presenti come il narratore onnisciente di questa storia. Sai tutto dall’inizio e puoi giocare con noi lettori così da coinvolgerci e persuaderci in fatto di idee e pensieri relativi a fatti e personaggi presentati come reali, ma di cui in realtà sei tu l’inventore. Alle volte nella storia sembri così magnanimo, quasi ti  facessero pena i tuoi protagonisti; altre volte invece predici a noi lettori che quel personaggio, magari ora così felice, conoscerà un avvenire triste e all’insegna del dolore. Sei come un signore che guarda e commenta uno spettacolo che ha già visto. Sai già tutto e a volte fai trapelare la voglia che avresti di cambiare quel determinato fatto, perché sei consapevole magari, come tutti noi lettori, della sua ingiustizia; ma sai che questa tua impotenza, segnata dal fatto che tu non sei l’autore della storia, rende ancora più interessante la trama, perché in fondo ti accomuni a noi che leggiamo. Ogni volta che prendiamo un libro sappiamo che dietro c’è stata una mano che di sua iniziativa ha iniziato a segnare parole su un foglio bianco: ci sembra un atto mozzafiato e ci rende succubi della figura dello scrittore, ossia il creatore di tutto quello spettacolo. Tu invece sei andato oltre: sei sceso dal quel piedistallo che ogni scrittore ha sotto di sé, e ti sei messo a guardare il tuo stesso spettacolo con noi.

Cosa posso dirti ancora? Tanti affermano che hai costruito le fondamenta di quello che noi oggi conosciamo come il romanzo moderno. Già avevi capito tutto e noi lo abbiamo visto proprio da quella lettera che hai scritto al tuo amico Cesare D’Azeglio, in cui elogiavi il Romanticismo contro lui che aveva preferito schierarsi dalla parte dei classicisti. Hai iniziato dichiarandoti contrario al “classicismo”, che rispolverava temi antichi e storie già sentite ormai da lungo tempo; quindi sostieni quello che secondo te è il pensiero giusto, che porterà l’uomo all’elevazione morale e spirituale. Il Romanticismo per te difatti non è solo una corrente: è il metodo che l’uomo può usare per arrivare alla sua realizzazione. Può creare storie nuove dando sfogo alle sue emozioni e a quello che sente, può trovare spunto nella storia che lo circonda, perché è quello che gli ha permesso di crescere, e può intrattenere la gente rendendo la sua vita un capolavoro, accorgendosi di tutti i beni che gli sono stati donati. Questo tu sostieni, per poi concludere con i tre cardini su cui la letteratura, e più in generale l’arte in sé, dovrebbe ruotare. Sono parole che noi studenti impariamo a memoria per mostrarci preparati sull’argomento: “l’utile per iscopo, il vero per soggetto, e l’interessante per mezzo”. Le pronunciamo senza neanche sapere che cosa significhino, perché ormai sei diventato solo un argomento da studiare e alla fine a noi studenti interesserà sempre e solo il voto che ci sarà assegnato in pagella. Tutto il tuo lavoro è stato ricondotto ad un voto. Tutto quello che hai creato, inventato e pensato per motivare l’uomo è diventato un semplice numero. Come fanno gli studenti a non odiarti? Non sei affatto semplice da studiare, e da te dipendono almeno nove mesi di scuola e di conseguenza altri tre estivi, se in quei nove non ti abbiamo compreso adeguatamente. Insomma l’uomo è cresciuto tanto e si è evoluto, ma secondo me ha perso la capacità di meravigliarsi e di guardare le opere umane come capolavori.

Avresti mai immaginato di avere questo successo? Avresti mai immaginato che sarebbe stata questa la sorte tua e della tua opera? Come te, molti uomini che oggi conosciamo come i migliori geni su questa terra sono arrivati alla fama solo dopo la loro morte: è parecchio ingiusto, ma il mondo gira così e sfortunatamente il pensiero della massa procede in modo molto lento, perciò quei pochi geni che arrivano prima di noi dovranno sempre aspettare perché altri diventino in grado di stare al loro passo, di comprenderli e apprezzarli. Ecco, ora non so se considerarti fortunato o no. Sei stato uno di questi geni e sei stato elogiato in tempi che non erano i tuoi. Vieni amato, ma anche odiato. Ma ti dirò una cosa che ti toglierà qualunque preoccupazione; è un modo di dire che la mia generazione adopera abitualmente, forse perché sappiamo in fondo che non possiamo piacere a tutti, e ormai a dire il vero la cosa sembra non interessarci più di tanto: “bene o male basta che se ne parli”. Perciò puoi stare tranquillo, mio caro Alessandro: sono certa che di te si parlerà ancora per un bel po’.

Tua, Chiara

 

 

 

About the Author

Amalia Papasidero, editor, correttore di bozze, consulente letterario e blogger. Ha conseguito il master in “Tradizione e innovazione nell’editoria. Dal libro all’e-book” presso l’Università della Calabria. Gestisce il sito web www.scritturaedintorni.it (che ha ottenuto l’accredito stampa presso il Festival della letteratura di Mantova nel 2016), che si occupa di ciò che ruota attorno al mondo della scrittura e offre numerose risorse e servizi per gli autori. Organizza eventi letterari e culturali (presentazioni librarie e musicali, campagne di sensibilizzazione su temi sociali). Ha da poco pubblicato una raccolta di poesie dal titolo “Riflessi”. Tiene corsi di scrittura e self-publishing, workshop sulle tematiche legate alla narrazione.