Le tue recensioni: Narciso e Boccadoro (di Herman Hesse)

Set 21, 2013
Le tue recensioni

Perché non “Boccadoro e Narciso”? Sicuramente non per ritmo sillabico migliore.

A prima vista e dopo aver letto il libro, il titolo potrebbe sembrare sbagliato e cioè con i nomi dei protagonisti invertiti, perché il maggior protagonista di tutta la vicenda è Boccadoro ed essendo la narrazione imperniata su di lui, si vorrebbe vederlo messo per primo.

Il titolo è invece esatto! Narciso e Boccadoro sono le due facce di un’unica medaglia, due metà della creatura intera che, agli albori del loro incontro,  si  percepisce appena.

Boccadoro fu mandato dal padre a studiare nel convento di Mariabron perché si dedicasse alla vita monastica. Nel contesto della vita del Medioevo, non era raro che un figlio senza la presenza della madre, per morte, per nascita extra familiare o per abbandono, venisse affidato al convento affinché fosse educato e istruito. Si creava la necessità di riparare in qualche modo alla scomparsa di una vita, con l’offerta a Dio dell’altra.

Che Narciso e Boccadoro fossero in realtà un’unica persona lo si comprenderà soltanto alla fine. Narciso etereo spirituale, asessuato, virtualmente proteso, sino dalla giovane età, al compimento di sé nella perfezione. Vive caparbiamente al di sopra della materia preparandosi alla severità dell’ascesi, alla mortificazione dei sensi e dello spirito.

Boccadoro invece andrà a vivere, in solitudine e randagio, tutta la propria naturale virilità in esperienze estreme, audaci e non di rado scellerate.

La sua vita ha inizio con Narciso che gli è Maestro e gli suscita quasi subito fiducia piena. Si pone in ascolto attento e si affida a lui senza riserve. Dialogando di frequente si sente conosciuto in profondità dall’amico senza con ciò venir meno alla sua già spiccata e formata personalità… Ben presto però  la sua soggezione a lui scompare; e quando tra i due nasce una vaghissima attrazione, appena sfiorata nel loro argomentare, subito Narciso la rinnega e Boccadoro la ignora.

Hanno il tempo di svelarsi reciprocamente, stretti da un rapporto speciale nel quale Boccadoro si sente partecipe di qualcosa di più grande, di affascinante che gli permette di conoscere se stesso e di comprendere meglio Narciso il quale a sua volta lo stima e lo valorizza fino ad accettare che Boccadoro segua il suo desiderio incontenibile di lasciare il convento e di volere andare in totale  libertà, bramoso di  conoscenze nuove.

Già uomo di forte temperamento, Il giovane Boccadoro assaggia la vita non appena si allontana dal convento. Spinto da una energia misteriosa, osa la totale solitudine, errando attraverso boschi e città, beandosi e confondendosi con la natura, incontrando innumerevoli persone: donne, padri, mariti, signori e povera gente con i quali egli riesce sempre a trovare un brandello di adesione all’anima di ciascuno. La sua prestanza fisica e la gentilezza del suo animo, lo rendono subito amabile agli occhi di chi lo ospita.

Nel tempo medievale in cui

il racconto è ambientato, accadeva che si volesse uscire dal proprio mondo conosciuto, per avventurarsi oltre le mura della propria città, della propria regione. Il viandante veniva volentieri accettato e ospitato, purché il suo comportamento non destasse sospetto. L’amabilità del suo comportamento e la sua bellezza, lo rendono subito gradito alla gente del luogo, dove decide di sostare.

Boccadoro tradisce astutamente la fiducia dei suoi ospiti e non basta la complicità della donna che ha sottratto al proprio marito, per evitargli il peggio. Quasi sempre viene smascherato e costretto a fuggire, addirittura cacciato e qualche volta  anche imprigionato.

La conoscenza della donna è il fatto conduttore di tutto il racconto e l’autore permea di stupore e di affinata libertà, ogni vicenda, ogni incontro. Con insaziabile carnalità, Boccadoro si accende per ogni femmina che incontra sul suo cammino, in modi diversi, adeguando l’appro

ccio a seconda della posizione sociale della fanciulla, dell’età, dello stato in cui vive. In ciascuna trova la novità che lo affascina; la diversità gli suscita nuovo interesse, una brama rinnovata. Le separazioni sono pure vissute con diversa intensità ma sempre e comunque con rimpianto doloroso. Tutte lo lasciano straziato fino all’incontro successivo quando ancora si rianima, si ricompone e si sente pronto alla affascinante nuova esperienza.

La sua esuberanza fisica, lo porta un giorno all’estrema esperienza di doversi dividere contemporaneamente tra due sorelle che giacciono calde e invitanti al suo fianco sotto le sue lenzuola: una a destra e l’altra a sinistra. Il tentativo di acquietarle entrambe, con carezze e con baci, fa rientrare in sé la più grande delle due di cui egli è davvero innamorato. La giovane apostrofa la sorella con durezza e le impone di andarsene con lei. Così facendo un certo ordine ritorna nell’animo di Boccadoro che continua ad amare Lidia, dimenticando totalmente la sorella.

Ma prosegue il suo cammino. Boccadoro pensava di essere il solo ad avere intrapreso un viaggio verso l’ignoto; non aveva esperienza e non aveva mai conosciuto altri viandanti.

L’incontro con Roberto lo stupisce e lo rende diffidente. Scopre che anche lui è errabondo e che va alla ricerca dei piaceri della vita. Boccadoro gli confida le proprie avventure spiegando come avesse sempre trovato soddisfazione, con le donne a portata di mano, come se nella vita non vi fosse null’altro da fare. Riesce a dargli una certa fiducia accorgendosi che molti aspetti dell’amico glielo accomunano. Tuttavia con prudente cautela lo mantiene un po’ a distanza. E non a torto! Roberto lo inganna e lo aggredisce con insulti beffardi per rubargli una moneta d’oro che il ragazzo aveva avuto in dono

dall’amata; Boccadoro reagisce con violenza e lo uccide.

Era divenuto brutale assassino. Ormai da tanto tempo non pregava, non ricordava d’avere uno spirito. Riprende solo il suo viaggio, dimenticando l’accaduto e il proprio rimorso senza troppa fatica.

L’immagine della madre sconosciuta, il cui ricordo è  celato nel sub-conscio e che gli ritorna negli occhi in rare occasioni,  è il costante sprone alla sua istintualità nell’avventura della vita, il perché e il dove che lo protende senza sosta alla ricerca vagabonda dell’immagine di lei.

Questa origine lo mantiene in unità profonda con quella parte di sé accantonata e che si è traslata nella persona di Narciso; lasciato ma sempre presente nelle profondità del suo essere. Una presenza che non giunge quasi mai alla consapevolezza ma che permane costitutiva della sua personalità e nel suo cuore.

Per tutti gli anni del distacco non appare mai l’amore che li unisce. Boccadoro lo accantona e lo toglie dai suoi pensieri e sperimenta l’esistenza conoscendo di sé soltanto la parte più apparente: il proprio aspetto ammirato dalle donne, le proprie capacità riconosciute da uomini di potere, la sua arte scoperta in sé stesso grazie all’acuta perspicacia del nuovo Maestro Nicola. In ca

sa del Maestro scolpisce in una mirabile statua, colui che gli dimora nell’anima: Narciso. Lo chiama San Giovanni e la statua viene posta in un luogo sacro, esposta alla pia devozione della popolazione della città.

A un certo punto del suo errare, l’artiglio della Peste, come ombra funesta oscura il cielo sull’intera nazione, e spande morte dovunque facendo marcire uomini, animali e piante, Boccadoro si sente marchiato a fuoco nell’animo.  L’aria mefitica, gli avvoltoi che senza sosta si aggirano a bassa quota per cibarsi di essi, lo riempiono di orrore e di dolore e pesantemente lo incurvano nel  suo continuo andare.

Narciso lo salva dalla prigione e da morte sicura per aver abusato della moglie di un uomo importante. Ormai divenuto personaggio di spicco nella Chiesa, riesce ad ottenere la sua liberazione e lo riconduce al convento. Boccadoro si sente colpevole ma ormai avvezzo a compiere il male, non sa più distinguerlo dal bene; gli è facile confinare le proprie colpe nell’indifferenza che lo racchiude come corteccia in un tronco ormai indurito dal tempo.

Boccadoro conosce la sua vera identità di uomo e di artista; lavora di intaglio e dimostra all’amico e alla comunità il suo talento. Ciò gli dà prestigio e gli procura l’onore e il rispetto di tutti.

In un dialogo spirituale che a sua insaputa, mai si era interrotto, Boccadoro riesce a far comprendere all’amico, da quale intima fonte nasce la sua arte. Le immagini create dalle sue abili mani, non sono altro che le creautre che aveva amato o che erano entrate nella sua vita scalfendogli l’animo. Ogni creatura incontrata gli è fissa nella memoria ed è già costruita in lui. Ognuna viene elaborata, riguardata attraverso le emozioni, ed egli ne trae uniche e pregevoli opere. Ogni particolare del volto, la curva di un ginocchio, lo sguardo, la rotondità di un seno, emergono  nella sua mente vividi e presenti, rendendo le sue mani sicure e precise.

Non gli riesce però di creare la statua che raffiguri la madre perché non può esternare ciò di cui consiste; sarebbe come un uscire da se stesso, perdere la propria identità.

Ma non riesce a resistere a lungo all’incontenibile bisogno di riandare libero per il mondo. Narciso lo comprende ancora e non lo trattiene, ma Boccadoro questa volta capisce il dolore di Narciso e cerca parole adatte per scusarsene e per ottenere che l’amico ancora una volta lo lasci andare.

Ancora lascia il convento e sarà l’ultima. Uscendo fuori dalla città cade in un fiume e si fa molto male; con il costato fratturato, indomito si sforza di proseguire verso quella meta ignota alla quale il suo spirito tende. Ma non vi riesce.

Chiusa in una grande parentesi che era iniziata con l’incontro dell’amico Narciso, la vita di Boccadoro si svolge in un ininterrotto vagabondare di anni, e termina con il ritorno all’amico. Narciso lo ritrova molto cambiato ma in lui riscopre mantenuti, quei dati della personalità che fin dal principio  lo avevano  attratto.

Ancora Narciso lo riaccoglie nel convento e questa volta lo guarderà morire riuscendo però a dirgli in tempo quanto lo abbia sempre amato e che è lui l’amore unico della sua vita. Non ne aveva conosciuti altri. Era stato per lui l’Alfa e l’Omega, il punto di partenza, la compagnia inconscia di ogni istante, lo scopo e la forza di ogni sacrificio fino alla fine dell’esistenza, dove si compie la loro unione resa perfetta dall’amore. Unica persona completa e integra; fusione nell’unico essere perfetto, Medaglia preziosa forgiata dalle mani del Dio Creatore.

Sottile e prepotente a un tempo, è il richiam

o all’unità comunionale e l’autore, sfiorando con delicato tratto espressivo, l’arduo argomento, propone e suggerisce un approfondimento.

Dorella Dignola

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