Lo splendore dell’arte: la Pinacoteca di Brera

Una suggestiva rassegna di alcune delle opere contenute in una delle gallerie nazionali d’arte antica e moderna più belle, situata a Milano, all’interno dell’omonimo palazzo.

 

Il nome Brera, proviene dalla parola braida; infatti fu sul terreno chiamato Braida del Guercio, dal nome di un certo Guercio da Baggio che ne era stato il proprietario, che l’ordine degli Umiliati, edificò intorno al 1180 un monastero e successivamente una chiesa a tre navate, poi trasformata alla metà del Trecento in stile gotico. Gli Umiliati erano nati come comunità religiosa del dodicesimo secolo, all’interno di un grande fermento di rinnovamento culturale che animava la cristianità medievale dove si viveva del proprio lavoro dedicandosi soprattutto alla tessitura della lana. Ora si possono analizzare alcuni capolavori esposti alla Pinacoteca di Brera.
Gesù predica alle turbe di Bernardino Campi è una decorazione dell’oratorio commissionata nel 1577 dal priore della Certosa di Pavia; l’affresco faceva parte dell’oratorio Maddalena del Monastero San Colombano a Lambro presso Lodi. L’affresco fu staccato e riportato su tela nel 1846 al momento della distruzione dell’edificio. Bernardino Campi è un esponente del Manierismo dell’Italia Settentrionale.
Il polittico di San Luca (1453-1454) di Andrea Mantegna, commissionato dai monaci benedettini dell’abbazia di san Giustina a Padova per la cappella di san Luca nella chiesa. Il polittico si compone di dieci pannelli disposti simmetricamente; la parte centrale è dedicata a san Luca evangelista impegnato nella scrittura del Vangelo; mentre nella fascia superiore sono rappresentate la Pietà con Maria e san Giovanni. Gli altri otto pannelli si dispongono su due registri e sono dedicati ai santi venerati nella chiesa padovana; in Santa Giustina si conservano soprattutto le reliquie di san Luca, san Prosdocimo, san Giuliano, santa Felicita e santa Giustina.

Di Mantegna anche Cristo morto (1475-1478) dove le ferite sul corpo del salvatore sono raffigurate con grande realismo e anche le figure che piangono a lato ne evidenziano il grande pathos. Le figure piangenti della Madonna e san Giovanni sulla sinistra ne celano parzialmente una terza, che potrebbe essere quello della Maddalena. La rappresentazione del corpo di Cristo nel sepolcro secondo una composizione prospettica così ardita è un caso unico della pittura Rinascimentale.
Di Vittore Carpaccio, Presentazione della Vergine al tempio (1502-1504) che fa parte di una serie di sei tele che avevano come soggetto episodi della vita della Vergine, destinate a decorare la Scuola degli Albanesi, nella quale si riunivano persone originarie dell’Illiria residenti a Venezia da quando le loro terre sono state conquistate dagli Ottomani.  La scala che la Vergine sale per essere accolta dal benevolo anziano sacerdote è quella di cui si parla nella Legenda Aurea, la raccolta di leggende sacre di Jacopo da Varazze alla quale il pittore si rifà per illustrare l’episodio.

Lo sposalizio della Vergine (1504) di Raffaello Sanzio fu commissionata dalla famiglia Albizzini per la chiesa di San Francesco, in città di Castello. Il dipinto viene messo in rapporto con due opere del Perugino (Consegna delle chiavi della Cappella Sistina e Sposalizio della Vergine del museo di Caen in Francia). Le novità introdotte da Raffello riguardano sia il gruppo di persone in primo piano, disposte in una linea curva che si collega alla forma circolare del tempio, sia le proporzioni dell’edificio stesso che è una pianta a otto lati, aumentando l’altezza del tamburo su cui poggia la cupola.
L’assunzione della Vergine (1512) di Lorenzo Lotto rappresenta San Tommaso che arriva in ritardo e la Madonna gli lascia la cintura secondo una tradizione apocrifa. Un dettaglio noto è il fatto che il santo guarda con occhiali per notare se la Madonna è veramente ascesa al cielo. Questo scomparto di predella risale al periodo in cui Lotto aveva dipinto nel Vaticano e aveva conosciuto Raffaello. Lorenzo Lotto, veneziano di nascita, si formò artisticamente nella sua città dove venne a contatto con artisti dell’epoca come Giovanni Bellini e Antonello da Messina. Di Lorenzo Lotto anche la Pietà (1545), arrivata a Brera nel 1811, venne eseguita forse alla fine del 1544 per il convento di san Paolo delle monache Domenicane di Treviso.
Di Bartolomeo Suardi, detto il “Bramantino”, Crocifissione (1504-1505): si tratta un’opera probabilmente simbolica. Forse è riconosciuta l’illustrazione di un passo di un filosofo della chiesa personificata dalla saggezza antica, ebraica e pagana, richiamate dalla città sullo sfondo (si intravedono edifici che rimandano al tempio di Gerusalemme e alle piramidi egizie, simboli di una società prima dell’avvento del Redentore).  Ai due lati della croce si situano un angelo e un demone e sulla croce una targa dice “Gesù Nazareno Re dei Giudei” in ebraico, latino e greco. Di Gentile e Giovanni Bellini, La predica di san Marco in Alessandria d’Egitto (1504-1507), iniziato proprio da Gentile e completato dal fratello Giovanni ;si pensa che Gentile fu a Costantinopoli per ritrarre il sultano e i richiami all’architettura mamelucca, fanno pensare a un prolungamento dell’artista verso Gerusalemme.  La particolarità di questa tela, risiede nel fatto che sono raffigurati costumi occidentali e orientali. Dosso Dossi fu influenzato dalla pittura di Giorgione e Tiziano; raffigura San Sebastiano (1530 circa) in una posa contorta trafitto da frecce.
Il Ritratto di Andrea Doria come Nettuno di Bronzino (1546-1548), raffigura l’ammiraglio genovese Andrea Doria in nudità eroica, rappresentato come Nettuno. Di Caravaggio, La cena in Emmaus (1606) è stata dipinta probabilmente nel periodo in cui l’artista si nascondeva a Zagarolo e a Palestrina per sfuggire alle ricerche dei gendarmi (che lo avrebbero voluto vedere in carcere per l’omicidio di Ranuccio Tommasoni da Terni , avvenuto durante una rissa). Il dipinto rappresenta un episodio descritto dal vangelo di Luca in cui i due discepoli di Cristo, Cleofa a sinistra e forse Giacomo Maggiore a destra, riconoscono Cristo risorto, che si era presentato loro come un viandante e invitandolo a cena, egli compie il gesto della benedizione del pane e del vino, alludendo così al sacramento dell’eucarestia, rievocata nel dipinto. Caravaggio usa dei contrasti di luci e ombre, dipingendo la natura morta come in altri suoi dipinti e donando al quadro un aspetto realistico.
Di Giovanni Battista Piazzetta, Rebecca al pozzo, (1735-1740) che raffigura il racconto della Genesi in cui Eleazaro, il servo che Abramo ha mandato nell’alta Mesopotamia per cercare una sposa per il figlio Isacco incontra Rebecca che si è recata al pozzo per attingere l’acqua. La pittura è chiara e luminosa con riflessi grigi argentati.
Pascoli di primavera (1858-1896) dipinto da Segantini, esponente del divisionismo, deriva il suo modo di dipingere dal puntinismo francese e riprende alcuni tratti caratteristici tipici dell’impressionismo (dipingere senza pennellate ma con puntini senza mescolare i colori puri). Nella centralità della mucca con il suo vitellino, si concretizza il tema simbolico della maternità.
Fiumana (1895-1897) di Giuseppe Pellizza da Volpedo rappresenta le aspre lotte sociali che caratterizzarono la società italiana alla fine dell’Ottocento e culminarono con la strage di manifestanti a Milano nel 1898.  Influenzato dalla pittura di Segantini aderì al divisionismo però ammorbidendo i contorni delle figure fino a farli dissolvere nell’atmosfera circostante. Il soggetto è quello della classe lavoratrice che, conscia della propria dignità e della propria forza, marcia compatta e solidale, verso la costruzione del suo futuro.

 

Eloisa Ticozzi

 

 

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